DALL’IMPROVVISAZIONE ALLA COSTRUZIONE agire in tempo reale

 

“L’improvvisazione non si improvvisa” verrebbe da dire. Troppo spesso nei corsi e nei laboratori di recitazione l’improvvisazione viene usata come riempitivo per dei vuoti di insegnamento e soprattutto di metodo. L’improvvisazione è un’arte a se stante; è teatro nel teatro. la nostra tradizione affonda le sue radici proprio nell’improvvisazione di cui eravamo maestri. Non a caso la commedia dell’arte ha fatto scuola in Europa e nel mondo intero. L’improvvisazione è studio, è rigore. È dare alla fantasia il guizzo dell’improvviso ma subito dopo imbrigliarla, domarla, applicarla e condividerla. Il primo laboratorio verte sulla capacità di ognuno di improvvisare ma sulla bravura dell’attore a trasformare l’improvvisazione in atto teatrale. Si può improvvisare su un concetto, una parola, un tema. Possiamo improvvisare partendo da un testo scritto, personaggi già esistenti che, attraverso l’improvvisazione, riescono a svelare sfumature del proprio carattere, anche le più recondite; quelle meno frequentate, arriviamo a dire anche quelle neppure considerate dall’autore. Improvvisare è concentrarsi a tal punto da far emergere possibilità sempre nuove come se il nostro corpo e la nostra mente avessero già scritto dentro le pagine di una storia ancora da scrivere. Dall’improvvisazione alla costruzione il passo è breve ma impegnativo. È un passaggio obbligato ma non scontato. Bisogna capire l’improvvisazione e farla propria attraverso una serie di stimoli ed esercizi. Capire l’improvvisazione per poi decidere se usarla o meno nella costruzione di un personaggio o di un’azione. Ecco perché verrebbe da dire che “l’improvvisazione non si improvvisa.”

APPROCCIO CRITICO DELL’ATTORE AL TESTO  edipo re

 

Prendere un testo come “Edipo Re” dove ogni parola è una corda tesa e vibrante, può essere per l’attore una grande occasione per sperimentare le proprie caratteristiche vocali; capire come il sentimento e le emozioni di ogni singolo personaggio possano attraversare la nostra vita e riprodursi con “verità” attraverso l’emissione di ogni singola parola. Tutto questo grazie ad una attenta lettura del testo dove ogni attore ha la responsabilità di trovare il significato che si cela anche nella punteggiatura, nelle pause, nei silenzi.

Edipo re ci offre una grande occasione di lettura critica. più l’attore va in profondità più riesce a far emergere in modo limpido la natura del personaggio che interpreta. Dal tavolino alle tavole del palcoscenico. Il primo passaggio agevola il fluire nel secondo. Bisogna entrare nelle pagine del testo. non pensiate che il lavoro a tavolino sia noioso e superfluo ai fini della messa in scena. L’attore deve avere elementi sufficienti per sostenere il costruttivo duello con il regista. Più elementi si hanno sul testo più si potrà dialogare e proporre al regista in fase di lavoro le proprie idee; sarà l’equilibrio alchemico delle rispettive posizioni a produrre il risultato finale.

QUELLO CHE IL CORPO DICE 

 

Sembrerebbe quanto di più scontato e ovvio dire che il corpo per un attore è importante quanto la sua voce ma ci teniamo a sottolineare questo concetto perché in molti casi l’attore si dimentica che oltre alla voce c’è anche il corpo che parla. Dobbiamo avere coscienza del nostro corpo e ancor prima conoscenza. Possiamo e dobbiamo distribuire il peso del nostro fare tra la vocalità e la fisicità. L’attore non può esimersi da questo. Non esiste il teatro di parola senza aver capito che la voce è frutto di un attento e profondo lavoro sul proprio corpo. Le corde vocali, la gola, la lingua, le labbra, i denti e ancor prima i polmoni, lo stomaco, il diaframma; ecco come nasce la nostra voce. Ma ci spingiamo fino a dire che la nostra voce è frutto anche delle nostre mani, delle cosce, degli occhi del nostro sesso. Più riusciremo ad avere controllo su ogni parte di noi più riusciremo a parlare in scena anche quando saremo in silenzio.

RACCONTI DALL’INFERNO DEI LAGER  l’immedesimazione

 

Laboratorio sull’immedesimazione. Immedesimarsi in qualcun altro fa parte del “gioco” del teatro. Provare a riprodurre emozioni e stati d’animo unendo la propria vita con la vita del personaggio che si interpreta è un sapiente lavoro di dosaggio delle proprie possibilità interpretative. Immedesimarsi è sentire la vita di chi si interpreta ma non necessariamente aderire ad essa. È un’alchimia la cui formula è parte stessa del DNA dell’attore. Bisogna andarci cauti. Sono equilibri sottili e confini che non sempre è giusto oltrepassare. Eppure ci i può immedesimare anche attraverso lo studio, la disciplina, la concentrazione ed il coraggio. Ed è proprio il coraggio l’elemento principe per questo laboratorio. Qui bisogna immedesimarsi in personaggi che non sono del tutto di pura fantasia. Sono persone, divenute, attraverso la loro tragica storia, personaggi. Raccontano l’orrore dei campi di sterminio. Lo raccontano con estrema dovizia di particolari. Raccontano cosa hanno dovuto passare. Quello che hanno dovuto vedere, subire, in un luogo che è quanto più vicino all’inferno. Bisognerà attraversare i loro ricordi, le loro parole, le loro lacrime, il loro sangue per poter dire alla fine di essersi immedesimati nella loro vita. Alla fine di questo viaggio interpreteremo le loro storie, le loro vite. Attraverso l’immedesimazione daremo loro un attimo di vita in più che servirà – a chi ci vede – per capire quanto è assurda non la finzione del teatro ma la realtà che qualcuno ha dovuto vivere.

 

 

GRAMMELOT la musica della maschera

 

Sin dall'anno mille, Giullari e comici, intrattenevano nelle piazze gli abitanti di borghi e villaggi con rappresentazioni satiriche e grottesche. Spesso l'estraneità della lingua impediva la comprensione reciproca e allora gesti, cadenze e ritmi appropriati consentiva di superare l'ostacolo linguistico e di intrattenere i presenti.
Nacque così il GRAMMELOT. Il GRAMMELOT non utilizza parole e frasi dal significato convenzionale. Esso si serve piuttosto di suoni inventati che alludono, nel ritmo, nell'intonazione e nelle melodie, ad espressioni del linguaggio parlato. Così può raggiungere non solo colore che condividono lo stesso linguaggio ma anche quelli che ne percepiscono
soltanto le sonorità. È una lingua tradotta in musica. In realtà il GRAMMELOT esiste da sempre. Lo parlano i bambini di tutti i popoli ancor prima di aver imparato ad articolare parole e frasi logiche nella propria lingua madre. È una lingua inventata ogni volta che viene usata e non può per sua natura, essere scritta, omologata e codificata.

PAGINE MAI LETTE  dalla scrittura alla rappresentazione - l’attore è autore

 

Questo laboratorio privilegia la parte antecedente alla messa in scena di un testo ed è la stesura o elaborazione del testo stesso. la scrittura drammaturgia privilegia i dialoghi rispetto la descrizione dei luoghi o degli stati d’animo dei personaggi.  Un bravo drammaturgo riesce a descrivere luoghi, personaggi, accadimenti, stati d’animo esclusivamente attraverso il dialogo. A volte non servono neppure le didascalie. È la potenza delle parole a creare immagini, suoni, colori che poi gli attori porteranno sulla scena. Provate a leggere “Sogno di una notte di mezza estate” di W.Shakespeare o “Il berretto a sonagli” di L.Pirandello. vi accorgerete che con solo brevi annotazioni dell’autore vi si aprirà un mondo fatto di persone, luoghi, addirittura profumi; e tutto questo solo attraverso il dialogare di due o più persone. Questo laboratorio vuole sperimentare questa possibilità attraverso un gioco simultaneo di scrittura e messa in scena di quanto scritto, così da verificare in tempo reale se quanto messo sulla pagina riesce a materializzarsi attraverso il lavoro dell’attore.

SHAKESPEARE l’attore e il personaggio

 

Quando ci si avvicina a Shakespeare e al mare magnum della sua produzione drammaturgica vuol dire che si è pronti per spingersi un po’ più in là di quanto si è appreso fino a questo punto. Qui l’attore può permettersi il lusso di essere il più classico tra i classici e contemporaneamente divertirsi a sperimentare e a mettere in gioco ogni certezza conquistata in anni di lavoro e di ricerca personale. Confrontarsi con personaggi come Amleto, Riccardo III, Otello, Lady Macbeth, Ofelia, Giulietta e ancora, Shylock, Tito Andronico e a seguire tutti i personaggi – principali o minori (che minori non lo sono mai) – è il privilegio che solo il teatro può dare. Ogni personaggio racchiude in se non l’uomo ma gli uomini. Ogni personaggio è l’umanità stessa che viene rappresentata, messa in scena. Shakespeare lo fa con grande sapienza linguistica ma senza mai allontanarsi dallo spettatore. Rende tutto, sempre, “popolare” ma senza mai svilire la parola anzi, lanciandola in aria in modo iperbolico costringendo anche il più “villano” degli spettatori a seguirla e a comprenderla. Tutti i personaggi di Shakespeare altro non sono che degli scrigni contenenti l’universo intero. E quando l’attore deve mettere in scena l’universo non può che volare. Non può non considerare chi prima di lui si è lanciato in questo volo; Laurence Olivier, Carmelo Bene, Helen Mirren, Vittorio Gassman, Al Pacino,

METTERSI IN SCENA  ogni attore è regista di se stesso

 

…e infine si va in scena. Che è come dire che alla fine si inizia. Andare in scena comporta per l’attore avere tutta una serie di informazioni anche tecniche. Agire nello spazio che è la scenografia. Oggi più che in passato la scena è coprotagonista con gli attori. Non è solo da sfondo ma diventa parte della storia restituendone emozioni che gli attori non possono avere in carico. L’elemento materico è quanto mai importante e muoversi all’interno di questa materia e renderla viva al pari dei personaggi non è lavoro da poco. Altro elemento importante sono le luci. Luci che non servono solo per illuminare uno spazio o un attore ma anche per immergere un’azione nel buio, nella penombra. Creare un primo piano uniformare una scena d’insieme. Anche in questo caso l’attore deve saper “prendere” la luce. Cercarla. Sfuggirla. E ancora la musica. Interagire con essa. Dialogare con lei oltre che con gli altri attori. E non ultimo il costume di scena, il vestito. Il vestito dice sempre tanto del personaggio che si interpreta. Saperlo indossare, farlo proprio, consumarlo come se lo si indossasse da una vita.

Certo per fare tutto questo, per confrontarsi con tutti questi elementi bisogna decidere di andare in scena. Bisogna liberarsi del testo, dell’autore, del regista e andare. Fare il passo e scoprire che si è capaci di camminare, di correre anche.

Il testo lo si deciderà nel mentre che il lavoro  via via verrà affrontato. Nell’arco dell’anno prenderà forma un’idea, una necessità, un desiderio comune; quindi è inutile azzardare a un titolo. C’è molto da lavorare prima.

I nostri laboratori

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MM2 Sant’Ambrogio - MM3 Missori – tram 3—15  bus 65-94  Accesso disabili

Orario spettacoli: Venerdì e Sabato ore 20.45 – Domenica ore 16.00 – 21.00

è gradita la prenotazione